Qualcuno continua a gridare
Per una mistica politica
edizioni la meridiana
Introduzione
La mia teologia
Tutte e tutti facciamo teologia vivendo, e vivendo facciamo teologia, perché sogniamo un altro mondo possibile, percepiamo i cambiamenti storici e al tempo stesso i continui ritardi, sentiamo le presenze e le assenze. Per questo ringrazio infinitamente chi narra la vita e canta in modo nuovo i popoli, come Gesù cantò la buona novella. I miei saggi vogliono essere soltanto un contributo per una possibile metodologia teologica sugli argomenti trattati e soprattutto un’ode a tutti i popoli e a tutte le persone che resistono misteriosamente, sognando e plasmando la vita quotidiana e, senza saperlo, toccano la profondità del mistero, dove riposano la sapienza e il senso della vita.
La cultura non è un’eredità - dice Octavio Paz, scrittore e poeta messicano – la cultura è una scelta, una fedeltà e una disciplina. Rigore e passione.... Tuttavia, dico io, la teologia è anche un’eredità, oltre che fedeltà e disciplina, rigore e passione...E così si mescolano le quattro dimensioni: realtà, cultura, missione e teologia. La mia vita è così. Appartengo a una cultura e vivo in un’altra. Per questo dico e sono testimone con Octavio Paz, che la cultura non è un’eredità, ma scelta, fedeltà, disciplina e passione mentre le discussioni teologiche sono anche eredità, cioè sentire dentro e con... Siamo eredi di certe visioni del mondo, di forme di apprendimento maturate nella comunità; abbiamo padri e madri nella fede; siamo storia, riti, gesti, sapori, vita e più che vita...
Le questioni nascono dalle viscere dei popoli, e anche dalla loro collocazione geografica, dalle terre, dalle colline, dalle pianure, dai laghi, dai vulcani e dai deserti e per questo è difficile fare teologia per altri e per altre. La teologia è lavoro di una vita, visione del mondo e concezione più ampia delle cose, è avvicinamento alla vita per comprenderla, inquietudine cercando l’origine, le nascite, il perché e dove e fino a che punto. La teologia è avvicinamento all’invisibile attraverso il visibile. L’invisibile è il mistero, ma è anche la possibilità che abbiamo o non abbiamo di vivere un giorno di più, l’opportunità d’inventare nuove e più giuste strutture sociali e religiose e la possibilità di avere un’esistenza degna di questo nome, cioè che garantisca la vita ai figli, che consenta di trovare un lavoro duraturo, di avere i mezzi per curare una malattia e di vivere in armonia con la natura.
Nel racconto che qualcuno fa della propria vita e della propria storia c’è dietro la teologia; ma non sempre è una parola, intesa come logoV (logos = parola = Verbo). Può essere utile ricordare che la sintonia tra Dio (Teos) e la parola (logos) è tipica della cultura e della tradizione giudeo-cristiana, ed è in questa tradizione – soprattutto con il cristianesimo - che è diventata annuncio, dottrina, evangelizzazione...sintesi e più che sintesi, quasi una risposta parlata e scritta, però sempre una parola.
Quella che io chiamo “teologia” non sempre è una parola, o un discorso su Dio, sulla vita, sul mistero...ma è anche silenzio, mancanza di parola, soprattutto quando entriamo nella vita, nella storia, e nei suoi autonomi e misteriosi parti. Dentro ogni racconto, se è racconto della vita, la “teologia” c’è già. Probabilmente per fare teologia sulla vita occorre imparare un linguaggio che è differente e che, il più delle volte, è silenzio.
In questo senso si tratta di fare uno studio dei segni che la vita lascia sotto i nostri sguardi, una vera semiotica della vita. Più che parole sono visioni, timide intenzioni, coraggiosi avvicinamenti, volti, gesti, silenzi, sensazioni, gioie e dolori, assenze e presenze, gesti individuali e comunitari, gesti che sono esclusivamente di chi li fa e li disegna nell’aria della quotidianità più intensa.
Spesso questa possibilità di interpretare si realizza senza sapere se le nostre interpretazioni saranno accettate, come riflesso del sangue che scorre nelle vene della vita. Perciò le riflessioni teologiche di una persona s’intrecciano sempre con quelle di altre e di altri. Si tratta di capire il loro senso, la loro ermeneutica, il loro modo d’intendere o di dire le cose...in altro modo. Si tratta quindi di un avvicinamento tra differenti eredità, di un avvicinamento tra differenti scelte, fedeltà e passioni. Per questo, come dice Raimon Pannikar, ci piacerebbe lasciare libero e incontaminato l’assoluto e questo per noi significa anche non travisare la storia e la realtà.
Ciò che accompagna trasversalmente queste riflessioni e le ricompone armoniosamente è la mistica, qualcosa che la chiesa si è sforzata di tener lontana dalla quotidianità. La mistica è una trama segreta che vogliamo tornare a scoprire per sentire il calore della vita. La mistica è un’esperienza, che supera la logica del fenomeno. Il fenomeno è qualcosa di rapido, che avviene improvvisamente, mentre l’esperienza vive in intima relazione con la lentezza del tempo. Per esprimere questo, potremmo ripetere le parole di Giovanni in una lettera, che è appunto la calda trascrizione di un’esperienza: ciò che noi abbiamo udito, ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato. (1Gv 1, 1 - 3). Sono i sensi che si risvegliano provocati dalla vita, è l’alba dei sensi...quando tutto resta assolutamente silenzioso o assente. Ci sono gesti che non rivelano risposte, così come parole che non rispondono alle domande e risposte che non soddisfano l’intelletto e ci fanno uscire dall’ambiguo gioco tra causa ed effetto...
La mia teologia è allora obbligata a uscire dallo schema preordinato delle dottrine o dei sistemi culturali. La mia teologia cerca e si mette in sintonia con la ricerca dei protagonisti e delle protagoniste del racconto, della narrazione...La mia teologia è solidale e addirittura complice con i narratori e le narratrici di racconti. Tutte e tutti siamo sfidati da questo: ci sono coloro che fanno teologia ufficialmente e coloro che semplicemente raccontano o semplicemente vivono, respirano, stando “dentro” e nulla più. Tutti i soggetti della teologia debbono uscire da ogni schema prestabilito e seguire la vita con i suoi delicati movimenti, stare dentro di lei....non solo con il gusto di “servire”, ma anche di “toccare”: questo è il gesto mistico politico della vita.
In questo contesto si fanno strada le nostre inquietudini: la dignità e la giustizia sono possibilità reali che abbiamo per toccare o sfiorare il mistero, quando sentiamo che qualcosa o qualcuno si avvicina. Dignità e giustizia evocano un altro modo di stare nella vita e di incontrarla e al tempo stesso un altro modo di essere: sono gesti esistenziali.
Tutto questo ci rivela una chiave ermeneutica della vita che io definirei come l’insufficienza del linguaggio nella teologia. Nella tradizione della teologia abbiamo classificato questa insufficienza come teologia apofatica. Oggi nell’esperienza latinoamericana, oltre a quella intellettuale e a quella interreligiosa, riconosciamo non solo l’insufficienza del linguaggio, ma anche l’insufficienza dei gesti.Tuttavia non consideriamo quest’insufficienza come qualcosa di negativo: non è un’impossibilità, ma una metodologia deliberatamente scelta e un’ermeneutica della vita e del mistero che la abita. E’ la stessa vita, sono le nostre stesse narrazioni che obbligano la teologia a riconoscere quest’insufficienza e più riconosciamo la lentezza con cui la vita raggiunge i suoi parti, più troviamo tutto estremamente silenzioso e ogni linguaggio diviene insufficiente.
Da ciò deriva un’altra mia proposta: tornare a leggere la storia e le nostre discussioni teologiche a partire dall’insufficienza; propongo dei ri-pensamenti e delle ri-collocazioni a partire dall’insufficienza delle parole. Propongo di cominciare un cammino per cercare umilmente i contesti della vita delle persone; propongo di emigrare, di spostarci insieme alla vita dei popoli, che non sono semplici destinatari del nostro “annuncio”, ma nostri vicini, amici, compagni e compagne di strada, di ricerca, di sete. Propongo cioè che anche la teologia emigri con noi, seguendo le tracce della vita, così come emigrò con Abramo quando uscì dalla sua terra, come emigrò con il popolo a Pasqua, come emigrò con Noemi e Rut tra Belén e Moab e viceversa tra Moab e Belén, o con i profeti, con Ezechiele, con Geremia, con Osea, con Amós… Perché la teologia veramente sostenga la vita, deve seguire i passi delle nostre migrazioni interiori ed esteriori, e anche quelle dei nostri sogni e dei sogni dei popoli.
In questo senso la teologia è anche l’eredità che gli stessi popoli e la gente comune sono capaci di partorire: sono cellule che plasmano un’identità e liberano una certa sensibilità. Prima di essere un’eredità, che arriva fino a noi attraverso un gruppo o una tradizione socio-culturale o religiosa, è una sensibilità profonda che si rivela attraverso i tratti e i gesti delle persone e attraverso la pelle diversa, tanto che anche Dio è inteso in modo diverso. Sono alberi, monti, pianure, laghi, vulcani, al punto che se ci ruberanno questi spazi o noi li vendessimo, ci ruberebbero lo Spirito, la sapienza e la vita. Ma sono anche cibo, sapori, gusto, odori, aromi: tutto ciò che una madre insegna a un figlia perché la sua vita sia degna e rispettata, tutto ciò che una nonna insegna ai nipoti e alle nipoti, tutto ciò che gli amanti si sussurrano nelle orecchie per poter continuare a resistere, tutto ciò che i sogni insegnano nelle notti piene di solitudine e di dubbi e infine tutto ciò che la vita custodisce segretamente e che solo l’amore e la voglia di vivere scoprono.
C’è una disputa teologica molto più antica di quanto pensiamo e anche molto più quotidiana: conscio e inconscio, individuale e collettivo si mescolano e permettono di sentire o di non sentire, di intuire o di non intuire, di riconoscere o di non riconoscere. Sono gesti e interpretazioni, segreta mistica di popoli, di gruppi umani che, a volte senza saperlo, fanno di tutto per ritrovare la propria dignità e praticare la propria giustizia, riconoscendo Dio in un altro modo quando sentono di vivere ancora.
E’ evidente che nella mia narrazione non si trova un’argomentazione teologica sistematica, ma questo non mi preoccupa; mi preoccuperebbe di più se non esistesse la coscienza che tutto quello che viviamo e raccontiamo è il nostro vero pensare teologico e la nostra viva esperienza delle dimensioni più profonde del mistero in questo tempo della postmodernità. Non riesco a pensare a un cammino di dignità e di giustizia che non sia il parto di tutti, che non nasca dal protagonismo di ogni categoria storica, sociale, culturale e religiosa. La dignità è partecipazione, come la giustizia è partecipazione.
Concludendo voglio ringraziare le persone che mi aiutano ad amare la sapienza, ad avere nostalgia di lei, parlo delle persone con cui vivo da anni: donne adulte, donne e uomini giovani, bambine, bambini, e anche animali e piante e monti che circondano la nostra casa in Bolivia e che, quando li guardo, mi ricordano da dove ci arriverà aiuto, dignità e giustizia (Sl 121).
Antonietta Potente